mercoledì 8 ottobre 2008
lunedì 6 ottobre 2008
Stagflazione in Basilicata e dintorni...
(in grassetto le mie considerazioni)
Il termine stagflazione nasce negli anni 70, dopo il primo shock petrolifero del 1973-74. Esso indica la contemporanea presenza di un'attività produttiva che non cresce (stagnazione) e di un persistente aumento dei prezzi (inflazione). Fino ad allora la coesistenza di questi due fenomeni era difficilmente spiegabile per gli economisti, che ritenevano la crescita dei prezzi una forma di male necessario per sostenere lo sviluppo dell'economia.
Una proficua lotta alla stagflazione è particolarmente complessa, in quanto per diminuire la spinta inflazionistica le Banche Centrali dovrebbero ridurre la massa di moneta circolante e, indirettamente, contenere la domanda di beni e servizi; ma una diminuzione della domanda causata da scarsità della massa monetaria non favorisce la crescita economica e quindi il rientro della disoccupazione.
Quello che i nostri politici non hanno capito è che la lotta alla stagflazione non può essere fatta con misure monetarie e neppure con misure fiscali per il semplice motivo che la causa dell'inflazione è l'aumento dell'energia sia sottoforma di elettricità che di prezzo del petrolio e di prodotti petroliferi.
Quindi invece di iniettare miliardi di euro e dollari per salvare banche e finanziarie bisognerebbe usare quei soldi per finanziare progetti di produzione di energia e progetti per l'efficienza energetica.
Inutile dire che investire in innovazioni di tipo energetico porterebbe nuovi posti di lavoro e sviluppo economico.(vedi Germania, Spagna o Islanda)
Quindi invece di iniettare miliardi di euro e dollari per salvare banche e finanziarie bisognerebbe usare quei soldi per finanziare progetti di produzione di energia e progetti per l'efficienza energetica.
Inutile dire che investire in innovazioni di tipo energetico porterebbe nuovi posti di lavoro e sviluppo economico.(vedi Germania, Spagna o Islanda)
Ecco come viene invece combattuta la stagflazione oggigiorno:
Rispetto agli anni '70, oggi il fenomeno della stagflazione viene mitigato dalla mancata rincorsa prezzi/salari, ovvero ad un aumento dei prezzi, soprattutto petrolio e materie prime, non corrisponde automaticamente un adeguamento inflattivo delle richieste salariali che vengono condizionate dalla possibilita' per le imprese di esportare sempre di più la produzione in paesi che hanno un costo del lavoro nettamente inferiore. Questa tendenza a sua volta riduce la possibilita' di contrattare eventuali aumenti salariali nei paesi più sviluppati riportando in equilibrio il mercato del lavoro e quindi senza produrre un ulteriore peggioramento del tasso d'inflazione. A questo punto una politica monetaria restrittiva risulta inefficace e quindi occorre agire piuttosto su quella fiscale, con una sensibile riduzione della spesa corrente ed una corrispondente riduzione della pressione fiscale, unica strumento efficace per stimolare i consumi e perciò la domanda aggregata di beni e servizi. La conseguente crescita economica rende quindi possibile una ripresa dell'occupazione, proprio in conseguenza della sopra citata moderazione salariale. Alle Banche centrali spetta quindi il compito di fine tuning, ovvero di equilibrare con la maggiore precisione possibile, la liquidità immessa nel sistema, in particolare attraverso una migliore allocazione della massa monetaria allargata che accompagni la ripresa dell'economia.
Quello che serve invece è un New Deal energetico, culturale e demografico suddiviso in vari punti:
1: investire in energie rinnovabili e progetti di efficienza energetica
2: spingere le giovani menti lucane e italiane verso facoltà scientifiche, non usciremo dalla crisi energetica e dalla stagflazione con gli avvocati o gli scienziati della comunicazione.
3: una politica demografica a livello mondiale: qualunque provvedimento che noi prenderemo verrà vanificato semplicemente con un piccolo aumento della popolazione mondiale per esempio di paesi come la Cina o l'India.
martedì 30 settembre 2008
Il picco delle stronzate
Il Senato degli Stati Uniti - sollecitato dal nuovo appello del presidente George W. Bush - tenterà di salvare e approvare il piano da 700 miliardi di dollari a favore delle banche, bocciato ieri alla Camera dei Rappresentanti, a Washington. E questo nonostante gli spazi di manovra siano esigui.
Come al solito abbiamo scelto la soluzione sbagliata
Se vuoi leggere la risposta giusta... : risposta giusta
Per sapere come siamo arrivati a questo punto...
In più c'è il piccolo particolare del Picco del Petrolio... e la frittata è fatta!

Come al solito abbiamo scelto la soluzione sbagliata
Se vuoi leggere la risposta giusta... : risposta giusta
Per sapere come siamo arrivati a questo punto...
In più c'è il piccolo particolare del Picco del Petrolio... e la frittata è fatta!
lunedì 22 settembre 2008
Anche al Corriere si sono accorti dello sfruttamento del Petrolio lucano
Un articolo di oggi del Corriere:
In Val D'Agri si estrae l'80% della produzione italiana. Nei 47 pozzi 500 milioni di barili
Quel petrolio che non porta ricchezza
La Basilicata e l'«oro nero»: aumenta l'inquinamento, ma non i benefici. Pochi i lucani assunti nel comparto
venerdì 12 settembre 2008
Un portale per il risparmio energetico della Provincia di Potenza?
La Provincia è un ente inutile però alcune volte qualcosa di buono la fà.
La Provincia di Bolzano ha per esempio recentemente messo on-line un portale improntato all'efficienza energetica.
Lo trovate qui:
http://www.energie-sparen.it/it/home.html
Potrebbe essere un esempio per la provincia di Potenza.
La Provincia di Bolzano ha per esempio recentemente messo on-line un portale improntato all'efficienza energetica.
Lo trovate qui:
http://www.energie-sparen.it/it/home.html
Potrebbe essere un esempio per la provincia di Potenza.
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il metano della Basilicata
Basilicata/2 - A Tursi (Matera) si estrae gas metano dagli anni '90 ma è tutto “top secret”
venerdì 5 settembre 2008
Le bugie di Franco Battaglia
Ho letto le ultime minchiate di Franco Battaglia:http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=277289
Non ho nemmeno più la voglia di commentare simili articoli.
Vi riporto parte di un post che lo ha già fatto meglio di me.
Come al solito in Italia gente come Franco Battaglia scrive sui quotidiani e uno come Carlo Bertani l'ho scoperto quasi per caso su Internet....
Le centrali in costruzione saranno quattro, ciascuna per una potenza massima di 1.350 MW: complessivamente 5.400 MW di nuova potenza elettrica, circa 1/10 se la calcoliamo sui picchi di richiesta della rete.
La potenza totale annua che si riuscirà ad ottenere – 24 ore su 24 per 365 giorni – sarà di 47.304.000 MWh, che sarà disponibile per circa 25 anni. Oddio, le moderne centrali durano anche di più, ma dobbiamo considerare i notevoli costi di manutenzione delle stesse su lunghi periodi. Insomma (forse) le attenuanti compensano (difficilmente) le aggravanti.
Quanto renderanno?
Qui, la materia è complessa. I costi del nucleare dipendono in gran parte da chi si assume l’onere dell’arricchimento dell’Uranio: se, come in Francia, sono i militari a farlo, una bella fetta dei costi sembra scomparire. In realtà, cambia solo capitolo di bilancio e viene “spalmata” sulla fiscalità generale.
Altri Paesi, come la Germania – che non hanno armamento nucleare – hanno costi maggiori. Il MIT (USA: paese con armamento nucleare) stimava alcuni anni fa un costo di 65 $ il MWh, mentre in Europa ci si orienta fra gli 82 euro della Francia ed i 118 della Germania. Si tratta di una stima, ricavata dal prezzo di vendita dell’energia alle industrie[1].
L’Italia, non avendo armamento nucleare, s’avvicinerebbe forse di più alla Germania, ma siamo ottimisti: 100 euro il MWh e non ne parliamo più.
Di conseguenza, in quei 25 annui le centrali renderebbero 118.260.000.000 euro di controvalore, ossia circa 118 miliardi di euro.
Fin qui, tutto bene e Tremonti si strofina le mani. Poi, si passa ai costi.
Tremonti non valuta l’andamento del prezzo dell’Uranio – in crescita esponenziale – perché non è suo compito, e nemmeno s’interessa alle stime della IEA[2]: circa 40 anni d’Uranio a questi prezzi ed agli attuali consumi, poi si va al raddoppio (sempre che i cinesi non si “mangino” tutto) per altri 40 anni. Quindi, fine dell’Uranio.
Ovviamente, un sito così importante richiede un’attenta sorveglianza militare: almeno un paio di compagnie più il comando e la logistica. Una cinquantina di dipendenti civili (amministrazione, mensa, comunicazioni, ecc) e siamo a duecento persone, dal fantaccino al grande dirigente.
Ci sono poi i costi fissi per la manutenzione e le compensazioni che il comune di Vattelapesca ha richiesto e che sono state – per ovvi motivi politici – subito accettate.
Riassumendo:
Potenza prodotta in 25 anni: 1.182.600.000 MWh
Controvalore economico: 118 miliardi di euro.
Spese annue:
Stipendi annui (3000 euro mensili medi lordi): 7.800.000 euro
Compensazioni richieste da Vattelapesca: 180.000 euro
Spese di manutenzione (automezzi, energia, comunicazioni, ecc): 45.000 euro
Per un totale di 8.045.000 euro, circa 8 milioni annui. Beh, poteva andare peggio – pensa Tremonti – prima di verificare gli anni di spesa.
Gli anni di spesa sono circa 20.000 – legge dal foglietto che gli ha lasciato Scajola… – e facciamo ‘sta moltiplicazione…
Rattle, rattle, rattle…
Fanno 160.900.000.000 euro, 160 miliardi, quasi una volta e mezza il ricavato d’energia. Tremonti fa spallucce: saranno cavoli dei futuri ministri economici.
Ciò che c’è di veramente allucinante in questa follia è quel numero – 20.000 – che corrisponde a grandi linee al tempo di decadimento delle scorie. Se le centrali inizieranno a funzionare nel 2025 e termineranno – poniamo – nel 2050, nel 22.050, finalmente, a Vattelapesca potranno chiudere baracca e buttare tutto nel cassonetto.
Ma, qualcuno si rende conto di cosa sono 20.000 anni?
Se riflettiamo sulla storia che conosciamo – a partire da tradizioni scritte convincenti – pur esagerando, non giungiamo a 2500 anni. Di questi due millenni e mezzo, solo gli ultimi 200 anni sono stati, in qualche modo, “tecnologici”.
Con una “bordata” alla platea degli imprenditori italiani, Emma non racconta ciò che succederà a Vattelapesca nei prossimi 20.000 anni. Potremmo azzardare:
Nel 3456 un terremoto distrugge l’impianto: ricostruzione totale.
Nel 4215 l’Unione Africana attacca dallo spazio e colpisce Vattelapesca, insieme ad altre 80 città italiane.
Nel 13467 un’epidemia sconosciuta falcia la popolazione ed il sito viene abbandonato…
Siamo alla completa follia.
Qualcuno potrà azzardare che si troveranno altre soluzioni…che nasceranno nuove tecnologie…bla, bla, bla…la realtà, è che oggi questo è lo stato dell’arte, non altro. Vattelapesca forever.
Nessuno, ovviamente, riflette un solo secondo sul significato reale di “20.000 anni” e nemmeno si sogna di comunicare che, negli USA, la produzione eolica reale (non la potenza di picco) ha superato di gran lunga quella nucleare. Che la Danimarca ha raggiunto il 20% di produzione elettrica di sola fonte eolica.
Nei cantucci, qualcuno inizia a far conti: se sommiamo i 7 miliardi del Ponte con i 14 della TAV, più…quanto le centrali? 6-8? Bene! E Vattelapesca? Peccato, solo 2 miliardi…comunque…somma: sant’Iddio, che manna!
E tre: questo è il livello di chi dovrebbe guidarci.
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