mercoledì 14 maggio 2008

Il petrolio in Basilicata si e l'eolico off-shore in Molise no?

Ho letto la notizia che vorrebbero installare dei parchi eolici off-shore in Molise ma sono stati bloccati dai sindaci locali.
Queste, secondo me, sono il proseguimento di politiche sbagliate che ci hanno condotto a non avere nucleare e a tanti altri sbagli energetici.
Per convincere i più a credere nell'eolico off-shore propongo di leggere il seguente articolo:
Eolico offshore
La popolazione dell’area costiera del Mediterraneo, come definita nel documento del Piano Blu del 1992 (Province costiere di ciascun Paese) raggiunge oggi i 160 milioni ed è prevista in 195 milioni nel 2010 su di una superficie di 2 milioni di chilometri quadri, con una densità di 80 abitanti per chilometro quadro oggi e di 98 abitanti per chilometro quadro nel 2010.
I Paesi costieri sono oggi 23 a seguito della recente organizzazione politica nell’area Balcanica e Palestinese. Il consumo 2002 di elettricità della popolazione costiera è stato di circa 800 TWh/anno, mentre sarà di 1.000 TWh/anno nel 2010.
Nei Paesi mediterranei, secondo valutazioni di Cesari, Gaudiosi (Ewec 1994) il potenziale eolico offshore risulta essere 240 GW per fondali di 30 metri, secondo lo studio del Germanicher
Lloyd e Garrad& Hassan (1993) per Francia, Grecia, Italia, Spagna, il potenziale eolico offshore teorico di questi Paesi è dell’ordine di grandezza di 600 TWh/anno per fondali di 40 m.
L’elevata pressione demografica dei Paesi costieri del Mediterraneo, il risultante forte utilizzo delle acque costiere e gli aspetti ambientali (tra i quali molto importante l’impatto visivo) generano forti limitazioni allo sfruttamento delle risorse eoliche offshore, riducendo probabilmente di un fattore 4 l’area marina e il potenziale utilizzabile.
Una stima molto prudenziale del potenziale eolico nella regione mediterranea è del seguente ordine di grandezza:

• In terraferma: 60 GW con un’attesa generazione elettrica di 100 TWh/anno
• A mare: 60 GW con un’attesa generazione elettrica di 120 TWh/anno per fondali di 30 metri
• Totale: 120 GW con una attesa generazione elettrica di 220 TWh/anno.
L’energia eolica potrebbe contribuire al 10% di elettricità nei prossimi 10 anni e al 20% nei prossimi 20-30 anni.

L’energia eolica offshore potrebbe coprire almeno per la metà il suddetto contributo.
Il potenziale eolico offshore viene valutato in base alle mappe eoliche offshore, alle carte batimetriche e di utilizzo del mare (vie di navigazione e parchi marini). Le fondazioni delle turbine fisse sui fondali marini possono essere estese a costi crescenti fino a 50 metri di profondità, mentre per valori superiori e fino ai 100-200 metri si dovrebbero usare piattaforme galleggianti ancorate, soluzione ancora non scelta per i suoi alti costi.

In Italia lungo gli 8.000 Km di costa della penisola e delle isole il regime eolico a mare risulta buono prevalentemente in Sardegna, Sicilia, Puglia e Calabria, dove d’altra parte i fondali sono per la maggior parte oltre i 50 metri a breve distanza dalla costa. Secondo valutazioni di Cesari, Gaudiosi (Ewec 1994) il potenziale eolico offshore risulta essere 10 GW per fondali di 30 metri e secondo valutazioni Nostrum 2004 si potrebbero ottenere 50 GW per fondali fino a 50 metri. Assumendo prudenzialmente un fattore di riduzione 3 per il primo caso e 5 per il secondo caso si potranno considerare i seguenti valori:

• 3.3 GW per fondali di 30 m con una attesa generazione elettrica di 6 TWh/anno;
• 11 GW per fondali fino a 50 m con una attesa generazione elettrica di 22 TWh/anno.
L’energia eolica offshore potreb- be coprire almeno il 3% dei consumi di elettricità nei prossimi 10 anni e oltre il 7% nei prossimi 20-30 anni
.


Ed ecco due immagini per la serie : meglio un condotto di petrolio nei boschi lucani (esistente) che una wind farm al largo delle coste italiane (non esistente)

venerdì 9 maggio 2008

Thor - l'alternativa all'inceneritore

Thor - l'alternativa all'inceneritore
Ho fatto un sogno...i dirigenti della regione Basilicata chiamano il CNR e propongono di finanziare il progetto con le royalties del petrolio...




lunedì 5 maggio 2008

PETROLIO ITALIA: In Basilicata (ITALIA) estraiamo Petrolio a causa del picco?Mi sa proprio di si...

AMARO LUCANO
È in Val d'Agri il giacimento on shore più grande d'Europa
Nelle valli lucane si racchiude il giacimento on shore più grande d'Europa. Non per nulla secondo le stime dell'Erti potrebbe soddisfare il 12% del nostro fabbisogno energetico.
Un triangolo petrolifero che si trova fra Viggiano, Calvello e Corleto Perticara, ricco di sorgenti e siti protetti. Ed è l'acre odore del petrolio, oltre alle strade dissestate dal via vai delle autocisterne, a tradire la presenza di pozzi nascosti nei boschi. «Gli incidenti avvenuti con sversamento di petrolio
- dice l'avvocato Alfonso Fragomeni di Sos Lucania, l'associazione che raccoglie la protesta delle comunità locali - hanno minacciato corsi d'acqua e inquinato terreni mai bonificati». Intanto i cittadini, denuncia l'associazione, vivono vicino ai pozzi senza conoscere i rischi che corrono: non esiste neanche una rete fissa per monitorare acqua e aria come previsto dal Protocollo del '98 tra Eni e Regione. «Su questo versante - sostiene Marco De Siasi di Legambiente Basilicata - si registrano inammissibili ritardi: dai programmi di sviluppo per la compensazione ambientale all'adozione di un piano per le emergenze, fino all'istituzione di un Osservatorio ambientale». E mentre l'attività petrolifera prosegue si continuano a ignorare i costi economici e sociali, «II petrolio - sottolinea Fragomeni non ha portato i risultati sperati sul piano occupazionale, come dimostra lo spopolamento dei paesi della Val d'Agri». Ora si inizia a temere anche per le altre attività economiche. Un rischio non indifferente se si pensa che l'agricoltura, nella sola Val d'Agri, produce ogni anno oltre 26 milioni di euro e impiega 1.700 persone

...ma perchè tutto questo? Ecco il probabile motivo:

Di Ugo Bardi – Giugno 2004



Introduzione. L’aumento dei prezzi del petrolio è stato continuo e inarrestabile dal 1998 circa. Partendo da meno di 20 dollari al barile a quel tempo, i prezzi hanno raggiunto e sfondato nel Maggio 2004, il “tetto” dei 40 dollari al barile. Un valore che, in moneta costante, è pari a quello che nel 1973 dette origine alla prima grande crisi del petrolio.

Questi aumenti hanno causato molta preoccupazione e in molti casi si è parlato del “picco di Hubbert“ nell’interpretazione dell’attuale situazione. Secondo Hubbert, la produzione di una risorsa minerale segue una “curva a campana”. Il picco di questa curva è il punto di massima produzione: al di là del quale la produzione comincia inesorabilmente a diminuire.

Si parla molto oggi di Hubbert e della sua teoria, ma in Italia se ne sa ancora poco. Queste note sono un’introduzione all’argomento e alla sua rilevanza nell’attuale situazione della produzione di petrolio e di combustibili fossili in generale.

La curva di produzione. La teoria di Hubbert non si applica soltanto a qualcosa che accadrà, o potrebbe accadere, nel futuro. Piuttosto, è una descrizione di casi storici ben noti. Più di una volta è stato possibile osservare sperimentalmente che la produzione di una risorsa esauribile segue una “curva a campana”. Storicamente, forse il primo di questi è stata la produzione di olio di balena negli Stati Uniti nel secolio diciannovesimo. Un altro caso è quello della produzione di carbone in Pennsylvania, come mostrato qui di seguito:


Il caso forse più noto è quello del petrolio negli Stati Uniti, dove la produzione ha mostrato un picco nettissimo del 1970.


Negli anni ’60, Hubbert stesso aveva previsto il picco degli Stati Uniti per il 1970. A quel tempo, era stato accusato di essere un folle visionario; ma i suoi detrattori devono essere rimasti molto sorpresi quando hanno visto la sua predizione realizzarsi. In tempi più recenti, un picco è stato osservato per la produzione di petrolio nell’Unione Sovietica nel 1990 e un altro per la produzione di petrolio del mare del Nord nel 1999.

Non sempre si osservano picchi netti e curve chiaramente “a campana”. In generale, si può dire che la curva di Hubbert si osserva quando l’estrazione della risorsa avviene in condizioni di libero mercato. Se questo non è il caso, per esempio per via di interventi governativi, formazione di monopoli, oligopoli o cartelli, oppure guerre e/o disastri naturali, allora la curva di produzione può essere irregolare e mostrare parecchi massimi. Questo sembrerebbe il caso della produzione da parte dei paesi che aderiscono all’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC).

Le ragioni della curva. Inizialmente, la curva a campana della produzione era stata proposta da Hubbert come un modello puramente empirico. Più tardi, è stato possibile chiarificare quali erano le ragioni che generano questo comportamento. Il ciclo di Hubbert è il risultato logico di come i fattori economici operano quando si trovano ad avere a che fare con una risorsa fisicamente limitata, il che è il caso normale per una risorsa minerale non riciclabile come il petrolio. Data questa caratteristica, la curva a campana di Hubbert è inevitabile in un economia di mercato. Possiamo distinguere diverse fasi del ciclo di Hubbert:

  • La prima fase: espansione rapida. Inizialmente, la risorsa è abbondante e bastano modesti investimenti per estrarla. In questa fase, la crescita della produzione è esponenziale.

  • La seconda fase: inizio dell’esaurimento. Le riserve “facili”, ovvero quelle meno costose, sono quelle estratte per prime. Con l’esaurimento delle risorse facili, comincia a essere necessario sfruttare risorse più difficili e questo richiede investimenti sempre più consistenti. La produzione continua a crescere, ma non più esponenzialmente come nella prima fase.

  • La terza fase: il picco e il declino. A un certo punto, il graduale esaurimento rende talmente elevati gli investimenti necessari che non sono più sostenibili. La produzione raggiunge un massimo (il picco di Hubbert) e poi comincia a declinare.

  • La quarta fase: il declino finale. In questa fase, normalmente non si fanno più investimenti significativi. La produzione continua, ma il declino procede fino a che non diventa talmente ridotta da cessare completamente.


E’ possibile simulare queste caratteristiche con vari modelli: empirici, stocastici oppure basati sulla dinamica dei sistemi. In ogni caso si ottengono curve a campana, anche se non necessariamente simmetrici.

La curva globale del petrolio. Quando prendiamo in considerazione la produzione di petrolio dobbiamo per prima cosa chiarire esattamente di cosa si parla. Non sempre gli esperti hanno in mente la stessa cosa ed esistono diversi tipi di risorse fossili dalle quali si possono estrarre combustibili liquidi. In primo luogo esiste il petrolio cosiddetto “convenzionale”, ovvero quello che si estrae in forma di liquido poco viscoso dai pozzi. In aggiunta, abbiamo il petrolio cosiddetto “non convenzionale” che include diversi tipi come il greggio da “acque profonde” e l’ ”olio pesante”. Un ulteriore aggiunta e quella dei gas condensabili. Alcuni includono anche il petrolio che si può estrarre dalle sabbie bituminose. Se poi consideriamo qualsiasi tipo di combustibile liquido, dovremmo prendere in considerazione anche la possibilità di ottenerlo dal gas naturale o dal carbone mediante vari tipi di trattamenti.

Ciò detto, prendiamo per ora in considerazione il solo petrolio convenzionale, che comunque per ora rappresenta di gran lunga la frazione più abbondante della produzione. Abbiamo già visto come molte regioni del mondo abbiano già passato il loro picco petrolifero. Questi sono invece i dati della produzione petrolifera globale:


Nella curva, possiamo riconoscere una fase iniziale di rapida crescita esponenziale (circa il 7% all’anno) interrotta dalla fase delle “crisi del petrolio” dal 1973 al 1985 circa. Dopo questa fase, la produzione ha ricominciato a crescere a un ritmo molto più lento, circa l’1.5% all’anno. Dal 2000, circa, la produzione non è aumentata o è aumentata debolmente. Questo andamento può essere interpretato come un’approssimazione delle prime fasi della curva a campana di Hubbert.

La predizione del picco globale. I dati esistenti possono essere estrapolati per determinare la data presunta del picco globale tenendo conto del dato geologico della quantità totale di petrolio geologicamente estraibile. Si tratta di un dato molto incerto ma che comunque è approssimativamente noto. A partire da questi dati è possibile estrapolare la curva nel futuro e ottenere un valore approssimato per il momento per il quale ci aspettiamo il picco. Come esempio, ecco l’interpretazione del geologo francese Jean Laherrere.


Vediamo qui che il picco per il petrolio convenzionale è atteso, molto approssimativamente, verso il 2005, mentre quello per il petrolio “non convenzionale” dovrebbe arrivare molto più tardi, verso il 2070. La curva totale, somma delle due risorse, arriva al picco verso il 2010.

Altri esperti sono arrivati a risultati simili. Ecco un altro esempio, la stima del geologo britannico Colin Campbell. Qui, il picco per il petrolio convenzionale arriva verso il 2005, mentre quello per tutti i liquidi verso il 2010 circa.




Ci sono molte altre interpretazioni basate in vari modi sulla teoria di Hubbert. La maggior parte arriva a stimare la data del picco entro il primo decennio del ventunesimo secolo. Esistono però anche interpretazioni che partono da dati geologici più ottimisti e che arrivano a stimare il picco verso il 2030 o anche più in la.
Tutti quelli che hanno ragionato su questo argomento hanno sostenuto che al picco ci possiamo aspettare un rapido aumento dei prezzi del petrolio come pure una fase di instabilità geopolitica. Entrambe le condizioni sono soddisfatte al momento attuale, per cui più di un autore è del parere che potremmo essere molto vicini al picco o addirittura averlo già passato. Tuttavia, potremo dirlo con certezza solo fra qualche anno.

La grande transizione. Cosa ci aspettiamo che succeda esattamente nella “terra incognita” del dopo-picco? Il fatto che il picco sia un evento ben definito ha dato origine a varie interpretazioni, alcune delle quali tendenti a una visione piuttosto apocalittica. C’è chi ha parlato di fine della civiltà e alcuni hanno addirittura ipotizzato il ritorno all’età della pietra (questa è la “teoria Olduvai” di Richard Duncan).

Indubbiamente il petrolio è una cosa importante nell’economia mondiale. Rappresenta oggi quasi il 40% dell’energia primaria generata e circa il 90% dell’energia usata nei trasporti. Senza petrolio avremmo delle grosse difficoltà a mandare avanti il pianeta nel modo in cui siamo abituati a vederlo funzionare.

Tuttavia non dobbiamo lasciarci prendere da reazioni emozionali. Il picco di Hubbert non è la fine del mondo; è semplicemente la conseguenza inevitabile della combinazione di fattori geologici, tecnologici ed economici. E’ un fenomeno naturale, osservato già molte volte, che non porta necessariamente a disastri se viene gestito come si deve.

Il picco segnala la necessità di un cambiamento. Ogni volta che un picco si è verificato nel caso di una risorsa economicamente importante, c’è stato un cambiamento di risorsa. Si puo’ avere semplicemente un cambiamento geografico, quando la produzione viene spostata verso un area dove la risorsa è ancora abbondante. Oppure si può avere un cambiamento tecnologico quando si cambia il tipo di risorsa.

Il primo caso, cambiamento geografico, si è visto per esempio quando nel 1971 il picco del petrolio negli Stati Uniti ha reso necessario spostare il baricentro della produzione mondiale nel Medio Oriente. Il secondo caso, cambiamento tecnologico, si è verificato, per esempio, con il passaggio dal carbone al petrolio.

Questo tipo di cambiamenti sono non solo possibili, ma anche inevitabili. Non è detto, però, che siano indolori. Nel periodo 1973-1985 il declino della produzione degli Stati Uniti ha causato una serie di instabilità geopolitiche, recessione economica, inflazione a due cifre, disoccupazione e altri sconvolgimenti. Tuttavia, una volta che le infrastrutture necessarie furono create nel Medio Oriente, il sistema di produzione e di distribuzione del petrolio ha ricominciato a funzionare.

Oggi, manca la possibilità di risolvere il problema andando a sfruttare altre aree geografiche. Semplicemente, manca un’altra Arabia Saudita. Perciò, dobbiamo prepararci a una transizione tecnologica di qualche tipo.

Invece del petrolio. Non ci mancano sorgenti di energia di vario tipo: altri combustibili fossili (principalmente gas naturale e carbone), energia nucleare e fonti rinnovabili. In questo momento, nessuna di queste è in grado di rimpiazzare perfettamente il petrolio, soprattutto per produrre cambustibili liquidi. Può darsi che per un certo periodo dovremo rinunciare a qualcuno dei nostri giocattoli, tipo quelle automobili mostruose che vanno sotto il nome di SUV. Ma non c’è carenza di energia sulla Terra e, se nessuno si fa prendere dal panico, la transizione potrebbe essere una cosa positiva riducendo, fra le altre cose, la quantità di gas serra emessi nell’atmosfera e allontanando il rischio del riscaldamento globale.

E’ interessante notare, comunque, come tutte le sorgenti di energia non rinnovabili sono soggette al ciclo di Hubbert. Rimpiazzare il petrolio con carbone oppure con uranio ci farebbe saltare da una curva a campana a un’altra, ma sposterebbe semplicemente in avanti il problema dell’esaurimento. Al contrario, le fonti rinnovabili hanno un comportamento completamente diverso: la produzione segue una curva a “s” che si stabilizza con la saturazione dell’area disponibile.


Questo tipo di comportamento “non-Hubbert” è più simile all’economia agricola che a quella industriale alla quale siamo abituati. La transizione alle rinnovabili, quindi, potrebbe avere degli effetti piuttosto radicali sull’economia planetaria. Quali siano questi effetti, soltanto il tempo ce lo potrà dire.

utenti internet vs utenti tv Italia

Speriamo che esista una correlazione...:

10.04.2008
ASCOLTI TV 2007: CALA L'AUDIENCE MEDIA DEL 2,8%
Nel 2007 la tv ha ottenuto un ascolto di 8.964.000 telespettatori nel giorno medio e di 23,7 milioni in prima serata. Rispetto al 2006, l’audience media presenta una flessione in entrambe le fasce: nelle ventiquattro ore il saldo negativo è di circa 255,000 individui (-2,8%); tra le 20:30 e le 22:30 la contrazione è di 730,000 unità (-3%).

La RAI mantiene la leadership di pubblico sia nel giorno, sia nel prime time ma evidenzia una certa difficoltà a difendere la propria quota d’ascolto. Nel giorno medio lo share della RAI è stato del 41,8%, in calo di 1,8 punti rispetto al 2006; in prima serata le tre reti pubbliche producono una quota del 43,7%, cedendo ai concorrenti 1,4 punti. Rai Uno si conferma l’emittente più seguita, con il 22,3% nelle ventiquattro ore e il 23,3% nella fascia di maggior pregio, ma il confronto con l’anno precedente indica un saldo negativo di 0,7 punti nell’intero giorno e di 1 punto netto nelle ore serali. Rai Due riscontra un bilancio negativo più pronunciato nel totale giorno (-0,9 punti), mentre in prima serata limita i danni (-0,2 punti). In entrambe le fasce la seconda rete perde il confronto diretto con Italia 1, assestandosi sotto il 10,5% di share. Rai Tre, al 9,1% nelle ventiquattro ore e al 10,1% tra le 20:30 e le 22:30, fatica a mantenersi sui livelli del 2006, cedendo rispettivamente 0,2 punti e 0,1 punti di quota. Sul fronte Mediaset si registrano, di contro, timidi segni positivi: nel giorno medio le emittenti del gruppo cumulano uno share del 40,6%, migliorando il dato dell’anno precedente di 0,3 punti; in prime time producono una quota del 40,7%, sostanzialmente stabile. I segnali migliori giungono dalle emittenti cadette, in particolare Rete 4. Quest’ultima si porta all’8,7% nel giorno e all’8,3% in serata, incrementando i propri valori di 0,5 e 0,3 punti. Italia 1 sale all’11,2% nella fascia 02:00-02:00 (+0,1 punti) e al 10,8% tra le 20:30 e le 22:30 (+0,3). Non brilla, invece, Canale 5, che nel confronto anno su anno riscontra un decremento di 0,3 punti nelle ventiquattro ore e di 0,5 in prime time, quando scende al 21,6% di share. La7 fatica ancora a espandere il proprio pubblico: se nel giorno medio si mantiene sul 3%, nelle ore serali cede 0,1 punti e deve accontentarsi di una quota del 2,3%. Sensibile, invece, la crescita dei canali satellitari, che nel 2007 hanno prodotto complessivamente una quota dell’8,1% nel totale giorno e del 7% in prime time. Per le emittenti via satellite lo share ha registrato un incremento di 1,3 punti nelle ventiquattro ore (+18,8%) e di 1 punto tra le 20:30 e le 22:30 (+17,1%).

Utenti Internet in netto aumento, in particolare sui siti di video e del Web 2.0 in genere

Nielsen//NetRatings, leader globale nelle analisi e ricerche su Italia nel Internet, comunica i dati ufficiali relativi allo scenario Internet inmese di marzo 2007 - utenza casa+ufficio


A marzo crescono in Italia i navigatori attivi: 18,8 milioni gli utenti che si sono connessi al Web almeno una volta nel mese da casa o dal luogo di lavoro (+2% rispetto a febbraio 2007, +5% rispetto a marzo 2006), che diventano 20,7 milioni prendendo in considerazione anche chi ha utilizzato applicazioni quali l’instant messenger o i programmi per scaricare musica e film.
La navigazione da parte di questi utenti ha ormai frequenza quasi giornaliera (29 sessioni nel mese) e il tempo dedicato al Web da ciascuno, ossia 18 ore e 25 minuti, cresce di 1 ora e 20 minuti rispetto a febbraio e di quasi 4 ore rispetto a un anno fa.

L’offerta di video online e di altri contenuti in streaming sta proficuamente cavalcando la nuova tecnologia. Segni di questa innovazione sono i successi dei siti del Web 2.0, non solo dei siti di video online come YouTube, i canali video di Libero, Alice, Google e le Web TV (come le sezioni TV e Multimedia di Repubblica e i Mediacenter di Corriere e Gazzetta), ma anche dei motori di ricerca “umani” come Wikipedia (6,6 milioni di utenti, più che raddoppiati nell’ultimo anno) e Yahoo! Answers (che in 10 mesi ha raggiunto un’utenza di 2,2 milioni) e dei siti dove costruirsi una vita virtuale come Second Life (ancora poco visitato in Italia, ma che solo nell’ultimo mese ha visto triplicare la propria utenza, passata dai 70 mila utenti di febbraio ai 230 mila utenti di marzo).

Intorno a Internet ruota quindi un’audience sempre più numerosa e interattiva che dedica maggiore attenzione al mezzo, stimolata in tal senso dalla penetrazione della banda larga sempre più diffusa. A marzo sono stati 14 milioni i navigatori che si sono collegati dalle loro abitazioni con connessioni veloci, il 77% di tutti i navigatori da casa. Con tempi davvero significativi: 29 ore nel mese per il navigatore broadband contro le 14 ore di chi è dotato del vecchio modem.

“Il mondo del Web 2.0, e in particolare dei contenuti digitali audiovisivi, è il beneficiario privilegiato dell’alta velocità” commenta Ombretta Capodaglio, Marketing Manager Nielsen//NetRatings “L’ampliamento della banda consente una nuova esperienza di navigazione, più dinamica e appagante, capace di coniugare la fruizione televisiva dell’immagine e dei suoni con l’interattività della rete”.

Accanto a questi siti continua a crescere anche l’utilizzo delle applicazioni Internet (14,8 milioni a marzo, +12% rispetto al 2006), dagli instant messenger (7,2 milioni di utenti solo per MSN Messenger, +48% nell’ultimo anno) al peer-to-peer e al “for free”. eMule ha avuto 6,4 milioni di utenti a marzo (+49% rispetto a un anno fa), Skype 2,5 milioni (+54% nell’ultimo anno) e iTunes 2,1 milioni (+94% rispetto a marzo 2006)

domenica 20 aprile 2008

Stoccare l'energia delle fonti rinnovabili sottoforma di aria compressa nelle caverne sottoterra: Iowa Stored Energy Park (ISEP)








Il punto debole dell'energia solare è quello di essere soggetta ad un efficace funzionamento solo se c'è il sole. E' quindi indispensabile produrne di più durante le ore soleggiate, per poterla conservarla per le ore notturne.Al momento, la maggior parte dei sistemi di stoccaggio come le batterie, è costosa o ineficciente, ma può essere considerato praticabile l'immagazzinamento dell'energia mediante aria compressa. L'energia elettrica generata dagli impianti fotovoltaici comprime l'aria, pompandola in spelonche sotterranee, miniere abbandonate, negli strati acquiferi e nei pozzi esauriti di gas naturale. L'aria compressa viene rilasciata a richiesta per azionare una turbina che genera l'elettricità, con l'ausilio della combustione di piccole quantità di gas naturale. Questo tipo d'impianti d'imagazzinaggio ad aria compressa sono già in funzione in Germania da diversi anni. Le turbine bruciano soltanto il 40 per cento del gas naturale che consumerebbero senza l'ausilio dell'aria compressa, e la tecnologia di recupero del calore abbasserebbe la percentuale fino al 3 per cento.

All' Electric Power Research Institute in Palo Alto (California) risulta che il costo d'immagazzinamento di energia sotto forma di aria compressa corrisponde circa alla metà di quella alle batterie al piombo. Questi impianti aggiungerebbero 2, 3 centesimi per Kwh alla generazione fotovoltaica, portando così il costo totale a 8, 9 centesimi per chilowattora al 2020.

L'energia elettrica delle farm fotovoltaiche del sud-ovest sarebbe inviata su linee di trasmissione ad alta tensione in corrente continua sino agli impianti di stoccaggio ad aria compressa in tutto il paese, dove le turbine potrebbero generare energia elettrica dovunque e per tutto l'anno. La chiave sta nel trovare siti adeguati. Tuttavia, una mappa realizzata dall' Electric Power Research Institute e dall'industria del gas naturale, dimostra che esistono formazioni geologiche idonee nel 75 per cento del territorio del Paese, e spesso in prossimità di aree metropolitane.

In effetti, un sistema di immagazzinamento dell'energia ad aria compressa sarebbe simile al sistema di distribuzione del gas naturale nazionale, che immagazzina 220 miliardi di metri cubi di gas (8 trilioni di cubic feet) in 400 serbatoi sotterranei.

Se questo piano venisse messo in atto, entro il 2050 richiederebbe 535 miliardi di cubic feet (15 miliardi di metri cubi) di stoccaggio, con aria pressurizzata a 75 atmosfere (1100 libbre per pollice quadrato). Anche se lo sviluppo sarà una sfida, abbondanza di riserve disponibili, e sarebbe ragionevole per l'industria del gas naturale di investire in una tale rete.

Anche se lo sviluppo sarebbe una sfida, l'abbondanza di riserve disponibili dovrebbe indurre l'industria del gas naturale ad investire in un questo tipo di rete.

Un' altra tecnologia ancora poco conosciuta, che permette una produzione più indipendente dal ciclo diurno del Sole e che forse potrebbe rifornire un quinto dell'energia solare, nello scenario ipotizzato da questo studio, sono gli impianti solari termici a concentrazione (Concentrating Solar Power), i quali consentono di produrre quantità significative di elettricità e - in futuro - di idrogeno a costi competitivi. Questo tipo d'impianto utilizza la radiazione diretta del Sole, concentrandola tramite specchi su un "ricevitore" (un tubo riempito di fluido termovettore) che trasforma la radiazione in calore.

Per immagazzinare l'energia la conduttura percorre un enorme serbatoio isolato riempito di sale fuso, che ha la proprietà di conservare il calore im modo efficiente. Il calore trasferito durante il giorno viene estratto nel corso della notte, producendo vapore. Tuttavia, seppur lentamente, il sale fuso si raffredda, facendo sì che l'energia accumulata debba essere utilizzata nel giro di 24 ore.

Gli impianti che già sono operativi dimostrano che il solare termico a concentrazione (Csp) è valido, ma c'è bisogno di ridurre i costi. A questo dovranno contribuire le economie di scala e la ricerca. Un rapporto del 2006 della Solar Task Force degli stati federali del sud ovest, quelli potenzialmente interessati a questo grande piano solare, ha previsto che l'energia solare concentrata potrebbe fornire energia elettrica a 10 cents per Kwh o meno entro il 2015, qualora venissero costruiti impianti per 4 GW di potenza. L'efficienza operativa potrebbe aumentare se si trovasse un modo per aumentare la temperatura dei fluidi dello scambiatore di calore. Un'altra strada percorribile potrebbe essere pure usare i sali fusi come fluidi di trasferimento del calore, consentendo ad una centrale di operare con un solo scambiatore di calore invece di due, riducendo, in tal modo, le perdite di calore e gli investimenti necessari.

Basandoci su questi presupposti, dicono gli autori del progetto, la domanda di energia degli Stati Uniti potrebbe essere soddisfatta con le seguenti capacità: 2,9 TW (terawatt) di potenza fotovoltaica immessa direttamente nella rete e altri 7,5 TW dedicati allo stoccaggio ad aria compressa; 2,3 TW di potenza solare a concentrazione; 1,3 TW di impianti fotovoltaici distribuiti. La fornitura sarebbe completata con 1 TW di parchi eolici, 0,2 TW di impianti per l'energia geotermica e 0,25 TW di produzione di combustibili da biomasse. Il modello comprende 0,5 TW di pompe per il calore geotermico per il riscaldamento e condizionamento degli edifici.
Ecco il punto che non avevo capito : come immagazzinare l'energia elettrica nelle caverne con la pressione dell'aria? ecco la risposta:

In un CAES presso la struttura ISEP, l'aria viene compressa utilizzando a basso costo, al di fuori delle ore di punta di energia elettrica, e il vento che non viene venduto sulla rete in quel momento.
L'aria è memorizzata in un una profonda formazione geologica sotterranea per un uso successivo nel rendere l'elettricità.

Quando è necessaria l'energia, l'aria memorizzati verrà rilasciato, riscaldata e utilizzata per la generazione di unità di turbine.

L'energia elettrica che produce possono essere utilizzati a seconda delle necessità, soprattutto in alta-demanda nelle ore di punta.

Questo processo utilizza meno di carburante rispetto ad un convenzionale impianto di combustione-turbina.

Con l'uso di aria compressa e di stoccaggio di energia eolica insieme, l'ambiente, fonte di energia alternativa è disponibile per abitazioni e aziende.

martedì 15 aprile 2008

Rapporto sul bioetanolo e il cibo spiegato da qualcuno che rimpiangeremo

Il mondo senza cibo
un disastro evitabile

di ROMANO PRODI


CARO direttore, dopo aver tanto parlato della crisi energetica e della crisi finanziaria ci siamo finalmente resi conto di un dramma ancora più grande e di conseguenze immediate per l'umanità: la crisi alimentare.

Miliardi di persone soprattutto in Africa, in Asia e in America centro-meridionale, sono colpiti da un progressivo e insostenibile rincaro di tutti i prodotti agricoli, dal grano alla soia, dal riso al mais, dal latte alla carne. Ogni giorno scoppiano rivolte e si ha notizie di repressioni.

Alcuni governi, come quello egiziano, sono costretti a impiegare nel sussidio del pane la gran parte delle risorse generate dalla buona crescita economica e in altri casi, come nel Corno d'Africa, nei paesi subsahariani e a Haiti non resta che la fame e la sempre più vicina prospettiva di una tragica carestia.

Alla base di questi aumenti di prezzi vi sono certo anche realtà positive, come il miglioramento della dieta in Cina, in India e in molti altri paesi. Per nutrirsi con la carne si impiega infatti una superficie di terreno di almeno cinque volte superiore di quanto richiesto da una nutrizione a base di cereali.

Vi sono altre realtà rispetto alle quali ben poco si può fare, come l'aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti necessari a produrre o trasportare i prodotti alimentari.

Ma vi è una decisione politica che sta aggravando in modo precipitoso la situazione ed è la progressiva sottrazione di suolo alla produzione di cibo per utilizzarlo a produrre biocarburanti. Sulla carta questo risponde al nobile scopo di attenuare la nostra dipendenza dalla benzina e dal gasolio nei trasporti e così facendo, ridurre l'impatto ambientale in termini di anidride carbonica. Purtroppo le cose non stanno così.

I più recenti studi (come quelli dell'Ocse e Royal Society) sostengono invece che con le tecnologie oggi impiegate per produrre biocarburanti, il bilancio energetico è solo marginalmente positivo o addirittura negativo. Il computo preciso dipende dalle specifiche realtà territoriali ma vi è chi autorevolmente sostiene (come le analisi apparse su National Resources Research) che l'energia impiegata per produrre biocarburanti sia negli Stati Uniti del 30% superiore all'energia prodotta.

Complessivamente un bel disastro sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale. Ma il disastro ancora più grande è quello di mettere in conflitto il cibo con il carburante in un periodo già di scarsità. Un conflitto vero, tragico.

Per descriverlo in modo semplice e fortemente evocativo basta dire che il grano richiesto per riempire il serbatoio di un così detto Sport Utility Vehicle (Suv) con etanolo (240 chilogrammi di mais per 100 litri di etanolo) è sufficiente per nutrire una persona per un anno. E già siamo arrivati ad utilizzare per usi energetici intorno al 20% di tutta la superficie coltivata a mais negli Stati Uniti.

Una superficie più grande della Svizzera è stata sottratta di colpo alla produzione di cibo per effetto delle pressioni delle potenti lobby agricole e di una parte non informata o distratta di quelle ambientalistiche. E nel frattempo, come conseguenza, il prezzo della terra e dei fertilizzanti sale in tutto il mondo facendo a sua volta moltiplicare il prezzo dei prodotti alimentari. E questo fa scoppiare tumulti per la fame a Città del Messico, in Egitto, nel west Bengala, in Senegal, in Mauritania mentre la Fao ci dice che 36 paesi hanno oggi bisogno di urgenti spedizioni di grano e di riso.

Questo non comporta che la produzione di energie alternative vada del tutto cancellata perché vi sono situazioni in cui essa non è in diretta concorrenza con la produzione agricola, utilizzando terreni non alternativi a produzioni alimentari, aree boschive o biomasse. E soprattutto bisogna incentivare la ricerca sulla "seconda generazione" di biocarburanti, attraverso la selezione di nuove specie, attraverso una maggiore efficienza dei processi e l'utilizzazione di terre marginali (ad es. il bosco ceduo) non alternative all'agricoltura.

E' quindi necessario che i governi smettano di sovvenzionare gli agricoltori al fine di produrre meno cibo, obbligando i paesi poveri a svenarsi per assicurare il pane quotidiano a coloro che muoiono di fame. E bisogna che questo obiettivo venga tradotto subito in decisioni politiche. La prima di queste decisioni è di intervenire dove sono in corso i drammi maggiori.

Rendere quindi subito disponibili i 500 milioni di dollari richiesti per l'emergenza del Programma Alimentare Mondiale delle nazioni Unite e il miliardo e mezzo di dollari richiesto dalla Fao. Ma non si può non affrontare nel contempo il problema politico fondamentale, in modo da invertire l'aspettativa di ulteriori aumenti dei prodotti alimentari prima che i paesi che hanno produzione eccedente proibiscano (come hanno già cominciato a fare) l'esportazione di prodotti alimentari trasformando, con questo, l'attuale crisi in tragedia mondiale.

I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell'attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno.

Non sono decisioni facili, ma bisogna agire perché sia negli Stati Uniti che in Europa la produzione di carburante in concorrenza col cibo si fermi e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c'è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone. È vero che la politica di oggi è stata decisa quando si pensava di vivere in un mondo di scarsità energetica e di eccedenza alimentare. Ma oggi le cose non stanno più così.

È ora quindi di cambiare politica perché i rimedi finora adottati sono peggiori del male che si voleva curare. Queste sono le politiche serie che la globalizzazione ci impone e l'Italia non può certo sottrarsi alle sue responsabilità.

(13 aprile 2008)

giovedì 10 aprile 2008

Le mie elezioni...

http://blogs.it/0100206/stories/2008/04/09/comeMiCucineroQuestoPorcellum.html


un estratto...
Stare all'opposizione in Italia




Questo blog ha adottato la metafora della galera, nave mezza da esplorazione e mezza da guerra, in cui tutti remano.

Contro un avversario e per vincere una battaglia.

Ma, quali sono i rematori, qual è il remare, quale l'avversario e quale la battaglia?

Provo a spiegarmelo, in concreto.

I rematori sono gli anticorpi e i progettisti e gli esecutori dei progetti a guadagno condiviso, il remare è fare la cosa giusta, gli avversari sono i network di finti potenti, la battaglia è la sopravvivenza, e l'evoluzione di tutti, fisica, mentale e culturale.

Il titolo è: come siamo stati, stiamo e staremo all'opposizione, ma in modo politicamente concreto e positivo, di una Casta, e non solo politica, ma anche economica, professionale e criminale italiana, progressivamente rinserratasi sui suoi interessi, e in metastasi di degrado, dopo l'esplosione paralizzante, e il mancato pieno fallimento, della Prima Repubblica nel 1992.

Fare una rete civica partecipata quando, nel 1994, nessuno capiva niente di Internet e invece era necessario propagare l'idea di una rete aperta e di un sistema di comunità. Fiorella (mia moglie) l'ha fatto, con le sue forze, e ne ha pagato il prezzo.

Ritirare fuori dai polverosi cassetti ministeriali la più grande scoperta scientifica strutturale fatta in Italia negli anni 70 e 80, ovvero il potenziale geotermico italiano, e progressivamente metterci al lavoro le menti di altri esperti, fino a supplire la mancanza - voluta - di un istituto tecnologico italiano su questa frontiera. Questo ha fatto Giorgio Santucci, mio amico, e lo sta facendo ancora a sue spese, a gratis.

E poi quella terribile epidemia psico-sociale che imperversò e imperversa in Italia da decenni. La cosiddetta droga. I nostri figli, e i mei coetanei, furono salvati per caso da strutture pubbliche? Oppure invece da un sistema di volontari, che fecero la cosa giusta quando lo Stato era inerte, affondato nei suoi debiti e nei suoi giochi di potere?

E domani, l'energia rinnovabile distribuita. La farà qualche ex-monopolio oppure saremo noi, passo a passo, gravati come asini, a dovercela costruire per sopravvivere?

L'opposizione, quella vera, in Italia da più di vent'anni la si fa con l'esempio, e con il dono. Lo Stato, quello vero, siamo Noi. Compresi magistrati mastini, poliziotti veri, giornalisti indipendenti, imprenditori coraggiosi e tutti coloro che remano, su una nave che pare affondare.

Questa gente, oggi, non ha rappresentanza. Ed è il motivo per cui il 30% degli italiani non vuole votare o voterà in bianco. E perche queste elezioni sono e saranno un farsa. Ed è il motivo per tanta gente perbene, oggi in Italia, si sta chiedendo non per chi votare, ma se andarci a votare, a farsi prendere in giro un'altra volta.

Questo è il motivo vero per cui hanno blindato la legge elettorale. Restringendo drasticamente lo spazio per nuove iniziative elettorali, e nullo per persone fuori dal controllo dei centri di potere della Casta. Delle cordate, dei giri. Lo hanno giustificato in nome della governabilità. E va bene. Potevano essere le primarie aperte il contrappeso a questa chiusura. Ma hanno falsificato anche quelle.

Agire, fare la cosa giusta contando sulle proprie forze. Farsi Stato. Ci ha provato anche Nando Dalla Chiesa, lo hanno emarginato e poi di fatto cacciato dal Pd.

Da quelli che oggi proclamano che premieranno i meriti...

Lo ha fatto Fiorello Cortiana, e sulla sua strada ha incontrato un piccolo, piccolo satrapo, tal Pecoraro.

Lo ha fatto Roberto Saviano (sotto scorta), lo fanno gli imprenditori siciliani di Addiopizzo...

L'Italia ha vissuto una breve stagione di speranza, diciamo dal 1945 al 1962, solo poco più di 15 anni. Nel 1960 morì Adriano Olivetti. Nel 1962 fu ucciso Enrico Mattei, nel 1964 fu imprigionato Felice Ippolito,

Olivetti, Mattei, Ippolito. I tre nomi di una stagione italiana di ricostruzione, e di un'Italia protagonista e con idee.

Dal 1962 in avanti, però, il ciclo si invertì. L'Italia dovette rientrare, a calci, nei ranghi dell'impero (niente più strategie energetiche autonome di livello mondiale), niente più aziende internazionali come progetto anche politico comunitario, niente più coraggio e classe dirigente.

Questi tre eretici furono normalizzati. E al loro posto arrivò l'orda dei clientes democristiani e socialisti, la prima recessione, la crescita della corruzione e, soprattutto, del deficit e del debito pubblico. Non ascoltate coloro che vi dicono che la crisi italiana risale al 1992, a Mani Pulite. In realtà ha ben 46 anni di gestazione. Era cominciata ben trent'anni prima.

Nel 1962 in Italia fu ucciso lo stato europeo, a favore di un nuovo (e antico) sistema, furbolandia, che tuttora perdura. Uno stato separato, controllato e gestito (a spese nostre) da una Casta che da allora non ha mai smesso di assaltare la diligenza.

Con la fine di ogni ambizione strategica italiana nella geopolitica energetica (Mattei), di una sua autonomia nucleare (Ippolito) e di un suo modello di impresa e di innovazione (Olivetti) abbiamo pagato lo snaturamento di noi stessi.

Potevamo avere un'indipendenza reale, un ruolo sull'innovazione di punta, un modello di grande impresa partecipata. Abbiamo invece avuto un'Italia subordinata, la progressiva distruzione e esodo dei cervelli, una grande impresa conflittuale e irrigidita in pochi decenni auto-decimatasi.

Conveniva ai grandi partiti tenersi buoni americani (e russi), assecondare i desiderata (e i soldi) dei petroliferi e delle grandi lobbies, e soprattutto usare i sindacati come enormi collettori di voti e di consensi. I soldi, prima veri, e poi a debito per comprarci del resto c'erano. Ora sono finiti (già dal 1992), ma noi siamo ancora avvelenati e intontiti da quei 46 anni di truffe.

Ci hanno riempito la testa di sogni e di ideologie, chi hanno costruito sopra strutture di potere elefantiache, che tuttora si autoperpetuano. Hanno finanziato questo sistema a debito e poi, finiti i crediti, con tasse e impoverimento.

Oggi, 46 anni dopo, abbiamo due nuove generazioni di italiani per un terzo affetti da depressione, e nelle età più giovani, da precariato. E consistenti parti del Paese (in pratica il sud tirrenico) sotto regime feudale.

Abbiamo da decenni uno Stato che non fa investimenti, un welfare a metà, un debito pubblico paralizzante, e nonostante ciò un'elefantiasi amministrativa e una spesa pubblica soffocante. Questo enorme fallimento ci ha portato a una distruzione di valori personali e sociali, il cinismo dilaga, la furbizia, l'egoismo. Ci ha invogliato, e sovente costretto a divenire evasori fiscali, furbi, omertosi.

E' un'eredità terribile quella che ci lasciano Aldo Moro, Pietro Nenni e tutti i loro successori, da Bettino Craxi a Massimo d'Alema. Di degrado progressivo e poi, dal 1992 in avanti, di blocco e paralisi assoluta. Che tuttora perdura.

Nel 1975 ci fu il primo shock petrolifero. L'Italia era inerme. Dopo Ippolito, e la sua cacciata, non aveva di fatto sue centrali nucleari o altre fonti che non fossero il petrolio (la centrale di Caorso era un pezzo unico, e l'Enel a malapena sapeva farla funzionare, e fu per loro, confessarono privatamente, un gran sollievo quando fu chiusa....).

Carlo Donat Cattin chiamò Enel e Eni nel 1976. E chiese loro, con l'autorevolezza di vecchio ministro dell'Industria (e principale azionista dei due gruppi) di produrgli un serio report sull'energia endogena italiana. Nei dieci anni successivi trivellarono un migliaio di pozzi e poi presentarono, nel 1986, un report esplosivo. L'Italia stava sopra, letteralmente, un mare di calore naturale. Una scoperta epocale: l'Italia era potenzialmente più ricca del Kuwait.

Bisognava, però, sviluppare tecnologie nuove, tentare sperimentazioni, ricercare, rischiare. Il petrolio allora era tornanto a 10 dollari, Enel e Eni si dichiararono non interessate a questa non facile frontiera. E tal Renato Altissimo, un carneade (poi finito dentro Mani Pulite), nemmeno sapeva leggere le mappe geologiche, e forse manco prestò attenzione alla cosa. Con l'ok di Craxi, allora Presidente del Consiglio, Eni e Enel misero tutto in un cassetto, senza nemmeno rendere pubblica l'operazione. E l'Eni chiuse la sua piccola iniziativa geotermica. Da allora mai più ripresa.

Soprattutto i nostri direttori di ministero e Ministri non pensarono nemmeno per un attimo che, sulla base della incredibile scoperta, sarebbe stato del tutto logico e strategico creare un istituto di ricerca e sviluppo tecnologico sulla geotermia avanzata in Italia. Magari potenziando il piccolo istituto Cnr di Pisa attivo da anni sulle ricerche geologiche in geotermia.

In modo da disporre, da lì a qualche anno, delle prime soluzioni per trasformare quel mare di calore in una fonte di energia sfruttabile, capace di abbattere una bolletta energetica che ha sempre pesato massicciamente sull'Italia, e che ora ci sta strangolando.

Forse ora avremmo un'Italia tutta diversa, con un'industria energetica interna e all'export di ordini di grandezza più solida e estesa, di sicuro sicurezza e costi energetici diversi, forse persino un debito pubblico in parte ripagato e minor pressione fiscale. Ma allora allo stato della casta non gliene poteva fregar de meno, di queste pinzillacchere da tecnici.

Lungimiranza zero, cultura scientifica, tecnologica e d'impresa zero. Cultura economica limitata a quella dei giornali e degli affari. E interessi, quelli craxiani, che al massimo si spingevano, in tema Eni, a vederlo come casamatta di potere, dove piazzare uomini suoi (come un tal Fiorini) e fare altri affari.

1996. Dieci anni dopo. Un ingegnere dell'Ibm e poi Siemens, un nessuno come noi, uno sconosciuto, un certo Giorgio Santucci si innamora, per curiosità propria di questa cenerentola chiamata geotermia. E' testardo, ripercorre a ritroso, incontro dopo incontro, tutta la vicenda. Incontra gli uomini che trivellarono allora, ricostruisce dati e documenti, riallaccia rapporti di collaborazione con tecnici intanto fuoriusciti dall'Eni e, a poco a poco, rimette insieme una squadra di una dozzina di docenti universitari, tutti volontari.

Oggi questa squadra sta lavorando a uno studio di fattibilità per un progetto pilota in grado di dimostrare la possibilità di una nuove fonte energetica, potente e continua (meravigliosamente integrabile alle altre rinnovabili) e di potenziale diffusione planetaria. Morale: Santucci e la sua piccola associazione ha fatto la cosa giusta che il Governo e questo Stato degradato italiano non ha saputo e voluto fare. Ha creato, di fatto, un succedaneo di quell'istituto di ricerca tecnologico che avrebbe potuto essere lanciato nel 1986.

E che fu sepolto, mai nato, nel segreto.

Oggi, però, da un anno e mezzo questo blog, pezzo a pezzo, sta raccogliendo i dati di questa vicenda. Che è pubblicamente sotto gli occhi di tutti. Grazie a un minuscolo blog.

Se un domani, come mi auguro, l'impegno di Santucci e della sua associazione (che da sei anni non hanno ricavato una lira dai loro studi e scenari) sfocerà in un progetto esecutivo con partner industriali, e quindi in un ciclo di investimenti, lo dobbiamo a una squadra di volontari, che non ha nemmeno cercato di farsi troppa pubblicità.

Su esperienze come queste dobbiamo ricostruire uno Stato, qual è quello italiano, che è stato portato, di fatto, al fallimento. E che ci sta opprimendo. E ci opprimerà per anni e anni, se stiamo a sentire questi satrapi senza idee e senza progetti.

Domenica prossima ci saranno le elezioni. Ci costringono a votare un po' di nani e ballerine scelti insindacabilmente da lorsignori, con qualche piccola e marginale eccezione. Nessuno ci ha esposto un progetto credibile, che sia uno, di sviluppo di una Italia impoverita, fragile e depressa.

Numerosi volontari, invece, e su diversi ambiti, lo stanno facendo. Loro però non hanno riconoscimenti, non fanno carriera, a malapena vengono tollerati, come rompicoglioni, nelle cordate di un sistema divenuto una maionese impazzita. Ma che si auto regola per cooptazioni feudali.

Io sto seguendo uno di questi filoni sotterranei. E lo ritengo importante, forse decisivo. Ho persino tentato di interessarvi qualche politico, persino Bersani: risultato zero.

Quindi rispetto chi non andrà a votare o voterà scheda bianca. E non solo per lo squallore della legge elettorale e delle conseguenti liste. Ma anche perchè non vi sono uomini e programmi reali, progetti per generare nuove risorse (in una crisi strutturale qual è quella che si annuncia - e già è - di dimensioni epocali), e nessuna garanzia che, se anche prodotte, queste risorse andranno a nostro vantaggio.

Personalmente voterò, e voterò il mio personale meno peggio. Ma questo non fa testo. Lo faccio per mantenere qualcuno perbene in quel bordello chiamato Montecitorio. E ha poca importanza, in elezioni che, secondo me, decideranno poco o nulla.

Quella che si sta preparando è, a mio avviso, un'evoluzione politica diversa. La messa in discussione, e per forza di cose, dello Stato democristiano nato e metastatizzatosi dal 1962. Non altrimenti sopportabile.

La messa in discussione di una costituzione materiale. Che ci paralizza. E che ci paralizzerà, senza scampo, ancora per una o due generazioni.

Abbiamo tentato la strada del Caf, della corruzione istituzionalizzata degli anni 80: ci ha solo portati, sull'onda di crescite drogate, sull'orlo del fallimento. Abbiamo tentato la gestione commissariale della prima repubblica nel 1992-94: ha creato Berlusconi e la rivolta dei furbi. Loro ci hanno provato, ma sono subito crollati. Abbiamo tentato l'Ulivo nel 1996, sembravamo rimessi in pista con l'Euro ma già nel 1998 la parte peggiore della sinistra era al potere, a fare affari, a spolpare Telecom Italia e a distruggere il futuro di Alitalia. Hanno ripreso il pallino i berlusconiani nel 2001 e nel 2002, e, con il cambio all'Euro, hanno drasticamente impoverito un terzo del Paese, gettandolo in recessione e depressione. Nel 2006, dopo elezioni quantomeno dubbie, hanno creato un governo a termine che ci ha somministrato una cura da cavallo di tasse. Che cosa faranno, ora?

Se osservate bene, non hanno fatto altro che spostare risorse di qua e di là, sovente distruggendole. Mai che ne abbiano prodotte di nuove, mai che ci abbiano offerto una novità. L'unica degli scorsi vent'anni, questa rete internet aperta, ce la siamo sostanzialmente creata da noi. E sotto sotto lorsignori la odiano.

L'Italia dovrà affrontare la grande trasformazione strutturale e climatica con uno stato degradato, e con un intero suo terzo in preda alla metastasi criminale e al feudalesimo.

Napoli e la Campania sono il perfetto simbolo di questa crisi. Abbiamo visto il crollo, uno dopo l'altro, dei suoi tre principali satrapi politici: il Mastella figlio di De Mita, poi Bassolino figlio del vecchio Pci di appartenenze, e infine, ora, il satrapo Pecoraro, colui che ha ceppalonizzato persino il movimento ecologista italiano.

La crisi napoletana è figlia delle Olivetti, Italsider, Alfasud che hanno chiuso. Della fine dell'industria di stato, che comunque garantiva lavoro sul territorio. Della conseguente metastasi criminale che si è autoalimentata, della fuga delle imprese sotto i ricatti e il pizzo, l'avvelenamento del territorio, la follia collettiva sui rifiuti urbani, l'attuale crisi verticale.

Napoli oggi vive di pubblica amministrazione, di clientele e di camorra. Punto. Chi può scappa.

E la Calabria? E la Sicilia? E pezzi di Puglia? Banana Republic è dietro l'angolo, dopo 46 anni di degrado. Questo pezzo d'Italia ha dimostrato, nei 46 anni di crisi, un completo fallimento sul piano del proprio autogoverno (con l'unica eccezione, forse, della Puglia).

L'amaro calice non è affatto finito. L'importante è però che l'organismo crei anticorpi, sappia non abbandonarsi alla depressione. E chi fa progetti non è depresso.

E' necessario, vitale, un network attivo di anticorpi e progetti. Fuori dalla casta. E credo che stiamo per raggiungere le condizioni critiche perchè questo avvenga.

Il mio modo per limitare i danni è questo, altro non riesco a intravvedere.